L2
Blog


"uno spazio di pensiero collettivo, dove partecipare alla co-creazione di un paradigma alternativo attraverso ricerca, scelta e condivisione."
 Oltre l’apparenza: quando la realtà ci imprigiona e dimentichiamo di essere natura

Oltre l’apparenza: quando la realtà ci imprigiona e dimentichiamo di essere natura

Sabato, Febbraio 28, 2026

a cura di Luca Comazzetto

Quel che comunemente viene definita realtà è il mix di apparenza, narrativa e cultura.

Per la sociologia della conoscenza — come teorizzata da Peter L. Berger e Thomas Luckmann — la realtà non è un dato oggettivo, ma una costruzione sociale: viene “data per conosciuta” attraverso processi di interiorizzazione, oggettivazione e istituzionalizzazione. La realtà, dunque, è il prodotto di interazioni tra individui e gruppi che la stabiliscono come tale all’interno di un contesto storico-culturale. 

Ogni essere vivente libero riceve, elabora e genera verità che si accomunano, in maniera più o meno apparente, ad altre verità.

Sebbene la coscienza e l’elaborazione della realtà siano state a lungo considerate esclusive dell’essere umano, studi in etologia e neuroscienze suggeriscono che gli animali possiedono forme di autocoscienza e capacità di elaborare rappresentazioni del mondo. Tuttavia, non esiste ancora un metodo sperimentale in grado di misurare il grado di coscienza di un animale non verbale, e la questione rimane aperta.

L’apparenza comune di vivere tutti la stessa realtà è tipica dell’uomo che non è più in grado di riconoscere la propria natura, pertanto necessita di qualcosa che socialmente viene accettato come “normale”. 

Il bisogno di conformità alla “normalità” è profondamente radicato nella psicologia sociale: studi come quelli di Solomon Asch hanno dimostrato che le persone tendono a conformarsi alle norme del gruppo per evitare giudizio sociale, anche quando ciò implica negare la propria percezione. Questo conformismo, spesso patologico, può portare all’annullamento dell’identità individuale — fenomeno descritto come “normotico” — in cui l’individuo si identifica totalmente con la massa, perdendo il sé.

Questo limita lo stesso uomo, che fatica ad accettare che esistano realtà diverse, rendendo la specie umana vulnerabile alla propria natura — la stessa natura di cui è composta la vita — creando immensi squilibri nella salute e nella convivenza con l’universo e con tutto ciò che vive.

Gli squilibri ecologici e psicologici contemporanei sono direttamente collegati alla perdita di connessione con l’ambiente. Alcune branche della psicologia evidenziano come la percezione della realtà sia mediata da schemi cognitivi e affettivi, e come la frammentazione dell’habitat e l’interferenza umana accelerino processi di estinzione e destabilizzazione degli ecosistemi, con impatti diretti sul benessere umano. L’impronta ecologica dell’umanità supera la capacità rigenerativa del pianeta, e lo sviluppo urbano ha un impatto sulla natura maggiore dei cambiamenti climatici stessi.

Nel momento in cui a un essere vivente viene richiesto di restare in un tempo imposto — senza che esso si accorga che questo tempo è imposto solo per il suo genere — si comprende quanto l’apparenza, la narrativa e la cultura, ovvero la “realtà”, giocano un ruolo che allontana da uno stato di essere che vada oltre il materiale.

Filosofi come Henri Bergson e Martin Heidegger hanno criticato la concezione del tempo come misura oggettiva (quella dell’orologio) per evidenziarne la natura soggettiva e vissuta. Bergson distingue tra “tempo fisico” e “durata interiore”, mentre Heidegger lo colloca al centro dell’esistenza umana — il futuro come progettualità dell’esserci — sottolineando come la riduzione del tempo a unità misurabili sia un atto di controllo che cancella la sua essenza esistenziale.

Cosa ci si può aspettare dall’unica specie vivente della Terra che, in totale autonomia, avvelena ciò che mangia, distrugge ciò che vive e, di fronte alla sacralità di un’interconnessione spiritualmente e scientificamente evidente, continua a porsi come se fosse in cima a tutto e separata da tutto?

L’impatto umano sulla biodiversità è accelerato da 100 a 1.000 volte rispetto al tasso naturale di estinzione, avviando quel che viene definita la sesta estinzione di massa. Gli ecosistemi regolati dall’uomo — agricoltura intensiva, urbanizzazione, frammentazione del paesaggio — generano esternalità sociali e ambientali, minando la resilienza globale. Nonostante l’evidenza scientifica dell’interdipendenza tra ecosistemi naturali e umani — sottolineata dall’IPCC — l’umanità continua a operare con un modello lineare e antropocentrico, ignorando che la sua stessa sopravvivenza dipende dalla salute del sistema planetario.

Forse la missione più grande non è cambiare il mondo.

Ma smettere di fingere che non lo stiamo già cambiando in ogni attimo di vita, con la propria verità.

A presto,

Luca

Fonti e Riferimenti:

  1. Costruzione sociale della realtà: Berger & Luckmann, La realtà come costruzione sociale — Studocu, Psiche.org, Wikipedia.
  2. Cosciente negli animali: Cazzolla Gatti, Gli animali hanno coscienza di sé; State of Mind, Etologia.
  3. Conformismo e normalità: Asch, Esperimenti di conformità; State of Mind, Normotici; Treccani, Conformismo.
  4. Ecosistemi e squilibri: IPCC AR6; CMCC, Pianificazione urbana e ambiente; ISPRAMBIENTE, Impronta ecologica; Fondazione Cariverona, Biodiversità in pericolo.
  5. Tempo filosofico: Bergson, Tempo e coscienza; Heidegger, Essere e tempo; WeSchool, Filosofia di Bergson.
  6. Impatto umano sulla Terra: Eurac Research, Interazioni uomo-ambiente; Scienze.com, Connessioni tra discipline; UNIPD, Ecosistema produttivo globale.
Cerca