"uno spazio di pensiero collettivo, dove partecipare alla co-creazione di un paradigma alternativo attraverso ricerca, scelta e condivisione."
Babylon

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Martedì, Marzo 3, 2026 Luca Comazzetto

Vogliono che io mi chiami Luca, vivo in mezzo a voi, in questa grande città di cemento e asfalto dove il tempo non scorre in cicli naturali, ma ticchetta.

Ogni mattina mi alzo e vedo il Grande Gioco. Non è un gioco con le carte o con i dadi. Si gioca nelle teste, nelle tasche e negli schermi luminosi che teniamo in mano come talismani magici. 

La regola è semplice, così semplice che quasi nessuno se ne accorge: devi scegliere tra essere vivo o essere utile.  Se scegli di essere vivo, trovi di sicuro giocatori che ti guardano strano. Ti vedono come un errore. Sei lento. Sei fuori mercato. Nel linguaggio del Grande Gioco, sei uno zero. Uno zero non conta, non produce, non scorre nel flusso dei dati. Gli zero vengono ignorati, o peggio, corretti con la forza. 

Allora, per non essere ignorati, impariamo a spegnere quel rumore di fondo che ci sussurra sei vivo. Smettiamo di sentire. Smettiamo di guardare il cielo. Inseriamo il pilota automatico. Diventiamo efficienti. Rispondiamo alle email in due secondi. Compriamo cose che non ci servono per impressionare persone che non ci piacciono. Corriamo senza comprendere dove. 

In quel momento, magico e terribile, avviene la trasformazione: diventiamo uno.

Il sistema ci riconosce. Ci premia. Ci dà like, stipendi, approvazione. Quella dopamina che per natura dovresti ricevere quando sei utile, sì, ma non ad arricchire l’élite del gioco, bensì il tuo villaggio, la tua comunità, la tua terra.

Siamo dentro. Siamo attivi. Siamo parte del Grande Gioco.  Ma c’è una bugia, apparentemente nascosta, in questa efficienza. Ci hanno insegnato che essere utili significa produrre, accumulare, servire chi sta in cima alla torre. Ci dicono che se non lasci un’impronta di cemento o di denaro, sei inutile. È la grande menzogna del contesto artificiale in cui viviamo.

Più ci allontaniamo dalla terra, più il cemento ci circonda, più ci convinciamo che la nostra vita abbia valore solo se la vendiamo a qualcosa di più grande di noi. E su questo, dove l’élite istituzionale fatica ad arrivare, arriva spesso la religione a chiedere il conto. 

Essere utili non significa arricchire una misera percentuale di chi detiene il potere nel Grande Gioco. Essere utili significa vivere. Quando respiri consapevolmente, quando ti relazioni con rispetto, quando senti il dolore o la gioia senza scappare, stai riparando la rete della vita. La tua presenza viva è un atto di cura per il mondo e per te stesso.

Non serve a nulla?

Al contrario: serve a tutto. È l’unica cosa che conta davvero. 

Il sistema non ha interesse a capire questa utilità, perché non può misurarla, non può tassarla, non può possederla. Per questo deve convincerti che sei inutile se non sei un ingranaggio. Deve farti sentire in colpa per il tempo perso a essere vivo, chiedendo un pegno per la tua esistenza. 

Ma ecco, mentre il mondo corre: più diventi "uno" per il sistema, più diventi "zero" per te stesso.

Il risultato diventa binario, freddo come i computer che adoriamo. O sei un ingranaggio che gira, o sei scarto. Non c’è spazio per il forse, per il dipende, per il respiro lento. Non c’è spazio per quella vita che abita proprio nelle sequenze quantistiche, in quella danza infinita che sfugge alla limitata mentalità cartesiana dello zero e dell’uno. Non c’è spazio per quel groviglio bellissimo e disordinato che ci rende Vivi. Quel groviglio è universo.

Come ci ricordano le saggezze antiche e voci come quelle di Vandana Shiva: la terra e i suoi popoli non sono oggetti separati, ma un unico respiro. Se la terra è, tu sei. Se tu sei veramente, l’universo è. 

L’allontanamento da ciò che rende vivi non è un’esplosione. È silenzioso. È come abbassare il volume della vita giorno dopo giorno, finché non senti più la musica, ma solo il ritmo della marcia, o quel ticchettio che ci fa sentire democraticamente liberi mentre corriamo. Ti allontani dal sapore del cibo quando mangi di fretta. Ti allontani dal calore di un abbraccio quando controlli l’orologio, o quando un pensiero imposto prepotentemente prende il sopravvento. Ti allontani dalla paura e dalla gioia, perché entrambe dicono una verità che vogliamo ignorare. 

E così, vinciamo il gioco. Diventiamo i campioni del mondo dell’efficienza. Siamo ricchi, connessi, potenti.

Ma se ti fermassi un secondo e ti chiedessi: Come mi sento?, la risposta farebbe paura. Perché il prezzo del biglietto per entrare nel Grande Gioco è un pezzo di anima. E più ne paghi, più diventi leggero, trasparente, vuoto. Un uno binario, freddo e luminoso, che fluttua nel vuoto senza gravità, senza radici, senza vita. 

La verità, quella leggera come l’aria, è che possiamo uscire dal gioco quando vogliamo. Basta sentire di nuovo. Basta guardare un albero e non vederlo come legname o come sfondo per una foto, ma vederlo come un fratello che respira.

In quel momento, il sistema ti segnerà come zero.

Ti dirà che sei perso. Ma tu, solo tu, saprai che è proprio lì, in quello zero che il mondo disprezza, che hai ritrovato tutto l’infinito che c’è in te. E saprai che il tuo semplice esistere, la tua vita che pulsa, è l’atto più utile che tu possa compiere per il mondo intero. 

Il gioco finisce quando smetti di giocare per diventare qualcuno, e inizi a vivere per essere semplicemente.

E io, “Luca”, in un processo di decostruzione culturale per apprendere come Essere.

A presto,

Luca

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